La sanità cesenate tra tecnocrazia e politica è sempre più lontana dai bisogni dei cittadini
Ci risiamo. Come alla fine degli anni 90, i direttori generali , incapaci di contenere le spese, ammettono il loro fallimento gestionale, ma con la scusa di mantenere la qualità (quando sanno bene che non esistono report che definiscano la qualità dei servizi ospedalieri), cercano di far pagare i loro errori ai cittadini. Nel 2000, schiacciati dalla spesa ingovernabile, inventarono l’Area Vasta affermando che “i margini di ottimizzazione d’uso delle risorse disponibili si sono ridotti, e ulteriori nuovi risultati si possono raggiungere solo forzando i confini aziendali e ragionando su area romagnola .
I costi della sanità sono in continua crescita e sono sostenibili solo con una profonda innovazione nella gestione delle risorse disponibili.” (documento dei DG romagnoli, 19 /10/2000). I risultati dell’area vasta non hanno dato loro ragione, perché nonostante tutti gli sforzi messi in atto, oggi i DG di Cesena e Forlì riprendono, sotto la pressione di pesantissimo deficit finanziario, lo stesso discorso di allora, tutto finalizzato al risparmio, e che si configura come un nuovo complesso e rischiosissimo attacco all’equilibrio del sistema sanitario provinciale.
Il problema vero è che le promesse fatte non possono essere mantenute. Si è promesso troppo, si è speso male, le risorse sono limitate, si devono fare delle scelte. Questa è una responsabilità politica, ma i politici regionali che hanno costruito questo sistema costosissimo e insostenibile, non potendo mantenere le promesse, non vogliono pagare il dazio e si nascondono dietro le scelte tecniche, dietro le esigenze dell’efficienza e della “qualità”.
Il documento presentato dai due Direttori Generali, che prevede l’integrazione addirittura fra 15 discipline, appare il più compiuto e razionale tentativo di sottrarre alla politica locale i suoi compiti fondamentali in campo sanitario. Ciò è possibile in Romagna per il declino della politica e per il sostanziale asservimento dei sindaci a logiche di potere partitico. Le indicazioni dei fini e dei mezzi (cardine dell’azione politica) vengono delegate alla competenza delle tecnocrazie come se tutto fosse un problema di competenza tecnica.
Ma la tecnocrazia, uno dei poteri forti che vogliono sostituirsi alla politica, finge di porsi al servizio dei sindaci, non come strumento per far conoscere e quindi far decidere, ma per controllare, limitare, e utilizzare l’efficienza economica come criterio per realizzare i servizi. Mettendo il cittadino in secondo piano. In questo modo viene espropriata non solo la politica, ma anche la medicina.
I tecnocrati (epidemiologi, statistici, informatici, programmatori, Direttori generali, che vivono dietro una scrivania.) pretendono di saper cogliere i bisogni della gente e di essere gli unici capaci di fornire soluzioni appropriate ed efficienti, dominando i medici e marginalizzando la politica, ridotta a cassa di risonanza del loro sapere indiscutibile.
Tutto questo scatena una serie enorme di problemi etici e scientifici di cui non è difficile cogliere l’importanza. Con il risultato di generare un sistema socialmente immorale sempre più lontano dai bisogni reali dei cittadini perché rende più difficile l’accesso ai servizi, genera un progressivo aumento dei costi sociali, e quindi dei riflessi (negativi) sulla qualità della vita.
Tommaso Marcatelli
Consigliere comunale Pdl







