marcatelli-tommasoCaro Direttore, l’AUSL unica della Romagna, così come paventato nel titolo di apertura della Voce di oggi è un clamoroso errore di cui pagheremo tutti le conseguenze. Accelerare i tempi in un sistema come quello emiliano romagnolo, in crisi organizzativa e culturale e che non riesce a consolidare l’attuale condizione per le spese eccessive causate da una gestione centralistica soffocante, è quanto di peggio si possa fare.

Le grandi riforme, insegna la sinistra di lotta e di governo, si fanno col consenso delle popolazioni, ma in questo caso una riorganizzazione che spinge sulla mistica delle “magnifiche sorti e progressive” al solo scopo di imporre drastiche riduzioni dei servizi prestati, che saranno incapaci di fornire autosufficienza e prossimità territoriale dei medesimi, come può essere accettata dalla nostra gente?

Per questo la revisione che la regione vuole imporre al governo della sanità romagnola, con il finto consenso delle Conferenze territoriali (che non mancheranno di obbedire) e con la copertura dei sindacati confederali, ai quali troppo spesso basta l’apertura di un tavolo e una firma su un qualunque documento che accerti la loro esistenza, è una semplificazione organizzativa ad alto tasso di inefficacia e di definitivo trionfo di una concezione economicistica e manifatturiera della sanità della nostra regione.

In primo luogo l’”area vasta unica” è immatura rispetto alle caratteristiche del contesto; ciò che rende improponibile questa accelerazione è la difficoltà che hanno i diversi attori (politici, gestori e professionisti) a superare l’autoreferenzialità. I politici temono il depotenziamento del territorio, difendendo le loro (a volte presunte) “eccellenze”, i gestori vedono solo gli interessi della loro azienda (soprattutto gli obiettivi imposti dalla regione), i professionisti pensano al loro prestigio e al loro potere, quando non si stufano della burocrazia e tirano i remi in barca.

In secondo luogo la complessità dei problemi e l’intersettorialità degli interventi richiede un adeguato decentramento del potere decisionale: l’esatto contrario di quanto potremmo ottenere con un’azienda unica romagnola.
L’inversione di rotta cui le difficoltà economiche costringono non può iniziare con atti di chiusura di reparti. Non possiamo accettare una logica in cui gli ammalati vengano assistiti sempre meno e sempre più lontano. Ai bisogni di salute dei cittadini non si può rispondere solo con il razionamento, le restrizioni, il contenimento, i tagli o nella versione più benevola, solo con un presunto aumento di efficienza e appropriatezza, parole ormai vuote e sparse ovunque col sorriso sulle labbra da chi insegna al volgo il nuovo credo della sanità regionale. Occorre smettere di privilegiare l’ingegneria istituzionale, guardare al futuro senza parole d’ordine ingannevoli come l’area vasta, valorizzare il capitale umano a disposizione. Naturalmente tutto questo non è semplice, e forse non c’è un’unica soluzione. Ma fare passi affrettati in avanti guardando indietro è un pericolo per tutti.

Tommaso Marcatelli
Consigliere comunale PDL

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